Mamme, ecco la mia idea di lavoro. Intervista a Riccarda Zezza, ideatrice di Piano C

108(Intervista realizzata per Kidpass.it)

“Se hai un sogno e lo vuoi realizzare, devi riuscire a rappresentarlo, a creare un modello per dimostrare che un’altra via è concretamente possibile”, mette subito in chiaro Riccarda Zezza, fondatrice e ceo di Piano C, spazio coworking, cobaby e community milanese nato nel 2012 per far incontrare donne e lavoro, proponendo vie e modalità che sfruttino appieno il valore aggiunto della diversità. Il sogno di Riccarda, professionista nel settore della comunicazione con esperienze importanti anche in ambito internazionale, è nato con i suoi figli, che oggi hanno 6 e 3 anni, ed è quello di ridisegnare il rapporto delle donne con il lavoro, di mettere in discussione stereotipi e meccanismi che non ci rappresentano e non ci consentono di poter dare il meglio.

Qual è stato il percorso che ti ha condotto a pensare e progettare Piano C?

Quando è nata la mia prima figlia Marta, che oggi ha 6 anni, lavoravo per Nokia, in Finlandia: avevo 36 anni, avevo costruito la mia carriera, ero consapevole. Ma viaggiavo moltissimo, così ho chiesto di rientrare in Italia e cambiare mansioni. Dopo un po’ ho cambiato azienda e sono stata assunta come responsabile della comunicazione a Banca Prossima. E tre anni dopo ecco la seconda gravidanza, inaspettata ma non meno entusiasmante. Quando è nato Luca l’azienda mi ha detto: “Ora che hai due figli, vorrai avere responsabilità minori”. Per me invece era il contrario, volevo continuare ad esserci, ma non secondo i loro parametri, non dedicando il 100 per cento del mio tempo. Questa è stata la “spintarella gentile” verso un’idea imprenditoriale che già avevo iniziato ad accarezzare.

Perché Piano C?

Volevo mandare dei messaggi forti per un cambiamento, ma ritenevo indispensabile anche essere concreta e proporre un progetto pilota che dimostrasse come un modello alternativo è possibile. Piano C è prima di tutto uno spazio fisico, nel quale abbiamo dato vita ad un coworking, ad un cobaby e ad una vera e propria community.

Qual è il contributo sociale di Piano C?

Piano C ha l’ambizione di creare una nuova identità femminile, facendo emergere i tratti distintivi del lavoro visto dalla prospettiva delle donne. Tra qualche settimana inaugureremo dei percorsi di tre mesi per donne che non lavorano, offrendo loro un progetto per rimettersi in gioco: per loro un’opportunità per rientrare nel mondo del lavoro, per noi un’occasione per far emergere i tratti del lavoro al femminile dando un contributo all’economia.

“Maam. La maternità è un master” è un progetto ed ora anche un libro (scritto con Andrea Vitullo). Perché essere genitori è importante anche sul fronte lavorativo?

Più ruoli nella vita di una persona mettono in condivisione energie e competenze e allenano ad un maggiore equilibrio. Avere una dimensione personale fa bene anche nel lavoro e la genitorialità, in particolare, è una palestra che consente di sviluppare l’organizzazione, la capacità di delega, l’ascolto. Le aziende si stanno dimostrando molto interessate a questo nostro progetto, non hanno più voglia di trattare la maternità come una malattia, anche perché è molto costoso.

 

Una sfida imprenditoriale, un ideale ambizioso. E’ cambiata anche la tua vita?

Ho messo in discussione tutto. Un po’ com’era avvenuto con le maternità, che mi hanno regalato consapevolezza e forza, Piano C mi ha donato sicurezza: ho imparato a gestire il tempo del lavoro “al femminile”: basta riunioni serali se non assolutamente urgenti e a casa per le 18. Molto mi ha cambiata anche l’esperienza di Maam, il percorso formativo che trasforma le competenze genitoriali in competenze di leadership ideato con Andrea Vitullo: porto l’esperienza di manager a casa e funziona, mi fa sentire più in equilibrio come madre.

Il cambiamento lavorativo ha giovato alla qualità del tempo libero con i figli?

Sicuramente ho imparato a difendere il tempo da dedicare ai miei figli. Alle 18 sono a casa e sono per loro, per giocare un po’, per preparare la cena, per metterli a letto rigorosamente alle 20 e 30.

E questo non per colmare un mio bisogno o per non “sentirmi in colpa” perché trascorro poco tempo con loro, ma semplicemente perché mi piace: sto bene con loro e se non li vedo mi mancano.

Come vi piace trascorrere il tempo libero insieme?

I bambini durante la settimana sono molto impegnati, con la scuola e con le attività sportive, quindi riusciamo a dedicarci del tempo libero soltanto nel weekend. I fine settimana, poiché siamo genitori separati, i miei figli dovrebbero passarli con me e con il mio ex compagno in modo alternato ma molto spesso li trascorriamo tutti insieme, e ai piccoli piace moltissimo.

Facciamo cose semplici: si va al parco giochi e si sta all’aria aperta, oppure frequentiamo Join, in via Stradivari a Milano, la nostra ludoteca preferita.

Qual è oggi, secondo te, il cambiamento più urgente per poter fare un passo avanti nella conciliazione tra lavoro e famiglia per noi genitori?

Mi sento un po’ pasionaria a dire ciò, ma sono convinta che le prime a dover alzare la testa siamo noi donne. L’Italia è al 114° nel mondo per la partecipazione socioeconomica delle donne: non partecipiamo per lo più perché non abbiamo tempo, ma questa battaglia è la nostra e cambiare le modalità di lavoro che non ci rappresentano è un nostro diritto e un nostro dovere.